A me piace essere piccola

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A me piace essere piccola, tutti mi dicono che sono bella.

A me non piace, voglio essere grande, così posso baciare Filippo e dirgli ti voglio bene. Voglio anche guidare un aereo, una nave e una moto.

A me piace essere piccola perché mi posso nascondere, e tutti mi cercano. Quando mi trovano dicono Eccola e mi abbracciano.

Quando sei grande non hai più bisogno di nasconderti, puoi dire le cose ad alta voce e mangiare le verdure.

Sono piccola, voglio le caramelle. E tu devi restare con me.

Quando sei grande apri la porta e saluti. E poi torni, ma prima ti fai un giro bellissimo. Quando sei grande non hai bisogno di pupazzetti.

E non ti vergogni degli altri, però ti vergogni un po’ quando ti guardi allo specchio. Si chiama insicurezza.

È una malattia?

Sono quasi sicura di no. Chi è sicuro sicuro può fare figuracce, tipo scivolare al centro esatto di un negozio di cristalli.

Io voglio restare piccola così non si rompe niente.

Per diventare grande devi aggiustare le cose che si rompono.

Guarda. Sono cresciuta.

 

Ph. Francesco Sambati

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Sei una star

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Questa è la storia del gatto Bussola, di anni uno, pelo bianco e rosso, felice. È sempre di buon umore e passeggia per la città di Malaffare, un posto molto poco bello.

Bussola ha un sogno e chi ha un sogno si sveglia presto al mattino per realizzarlo. Ci vuole tanto allenamento. Bussola sogna di diventare una star del cinema, il gatto più amato di tutti i film del mondo. Vediamo che cosa fa.

Bussola si è appena svegliato, un sacco di spazzatura è stato buttato, nella notte, proprio accanto alla sua cuccia di maglione con buchi. “Che fortuna! Poteva cadermi in testa”. Si allunga e fa cento saltelli e poi trascina il sacco pesante fino al bidone. Una vera star ha bisogno di muscoli ben stirati.

“Brutto gatto, che cosa combini?” Lo spazzino è rosso rosso. Perché cerca di colpire Bussola con la scopa? Non capisce che non stava rubando lische di pesce? Pazienza, se vuoi diventare una star non devi dare troppa importanza a chi capisce le cose a modo suo. E poi, a furia di scansare la scopa, Bussola sta imparando le arti marziali.

Adesso uno scatto di corsa. Via. Una vera star sale cento gradini senza fermarsi. Cinquanta. Dieci. Uno. Va bene lo stesso. Ci si allena un gradino alla volta.

Nella città di Malaffare le strade sono piene di buche, quando piove si formano i laghi. Bussola può allenarsi a fare facce da attore, guardando la sua immagine negli specchi d’acqua. Faccia da duro. Faccia comica. Faccia di uno che pensa cose importanti. Faccia di uno che ha fame. Perfetto. Le vere star cambiano sempre faccia ma non il cuore. Il loro cuore è sempre caldo.

Le grandi star firmano tanti autografi, cioè il loro nome con tanti svolazzi. Bussola vuole perciò imparare a scrivere. S’intrufola nel cortile della scuola degli umani e spia dalla finestra. A, E, I, O, U. è scritto alla lavagna, anche se ancora non lo sa. Gli basterà andare a scuola tutti i giorni per imparare a scrivere, a leggere e a contare tutte le stelle del firmamento.

Le grandi star hanno delle voci bellissime. Bussola si allena tutta la notte. Ops. Forse è meglio allenarsi di giorno.

Una star del cinema conosce molte lingue. Come si fa a impararle? Bussola entra nello Zoo e fa il simpatico con la leonessa. Lei non è molto simpatica. Valla a capire. Il pappagallo invece è un maestro perfetto. Conosce i suoni degli umani e li ripete benissimo.

Bussola adesso cerca un lavoro e quando legge “CERCASI ATTORE” sulla bacheca di un negozio pensa che il suo sogno è arrivato e lui è pronto. Entra nel negozio senza bussare e fa un inchino elegante. Dentro c’è un tizio che lo guarda incredulo, poi però ride, con quella risata brutta che è come un’ offesa. “Cerchiamo attori, non gatti, e di cani ne abbiamo in quantità, pussa via”. Bussola aveva un bellissimo sogno e adesso non lo ha più. La città di Malaffare sembra ancora meno bella del solito.

Bussola se ne torna nella cuccia con la coda tra le gambe ma prima, che succede?, la strada è diventata morbida morbida. Per fortuna, grazie ai suoi allenamenti, riesce a uscire velocemente da, cos’è?, è cemento. È cemento fresco e le sue zampe hanno lasciato tante impronte. Ma…è come la strada delle stelle, a Hollywood, Los Angeles, America. Gli attori più bravi del mondo lasciano lì le impronte delle loro mani e le loro firme. “Allora sono diventato una grande star senza accorgermene?” pensa Bussola commosso.

Ebbene sì, sei una star Bussola. Sei la Stella della tua vita. Ce l’hai fatta. Ora, sei allenato e coraggioso. Puoi andare in giro per il mondo a firmare autografi.

 

Ph. Francesco Sambati

Questo sono io

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Questo sono io.

Non mi chiamo io, ho un nome bellissimo che mamma e papà hanno scelto per me. Mi chiamo Arturo: come re Artù e il futuro.

Però non posso chiamarmi da solo. Non si può dire questo sono Arturo. Alla maestra vengono i capelli dritti se dico così.

Io sostituisce Arturo. Ma non si può usare troppe volte in un discorso. Se dico io, io, io, sembro uno che pensa solo a raccontare le cose sue.

Si può usare anche me. Per esempio. A me piace il gelato. Se dico a Arturo piace il gelato, la maestra perde i capelli e grida. “Non si parla di sé in terza persona”.

Artù, io, me, sé, con l’accento altrimenti è un’altra cosa. Una condizione che si avvera ma solo se ce n’è un’altra. Tipo, se mangi il gelato, poi devi lavarti i denti altrimenti lo zucchero li consuma. (secondo me, e non secondo Arturo o io, insomma, i grandi esagerano. Lo zucchero fa male ma mica è un veleno).

Questo sono io, Arturo, parlo di me e non di sé che poi significa se stesso. Me stesso, uguale, identico, tale e quale a me. A volte mi annoia essere solo me. Allora divento me ma più forte e più simpatico. Anche se (senza accento) io così mi piaccio spesso. Io mi Arturo spesso.

In questa foto sorrido perché la maestra mi ha detto (ha detto a me, Arturo) che nelle fotografie si deve sorridere. Io invece rido perché, secondo me, la maestra ha detto una cosa sbagliata. A volte si possono fare le smorfie e la faccia pensierosa (che non è un pensiero rosa, cioè bello) però, in fondo in fondo, ha ragione lei. Sorridere fa venire il sorriso vero.

Ho sette anni in questa foto mentre adesso che parlo ne ho sette e mezzo.

So contare fino a un milione e tornare indietro, cioè da un milione a zero che è il punto di partenza. Tutte le cose partono da zero.

Mi chiamo Arturo e frequento la seconda elementare. Ho diciassette compagni maschi e tredici femmine anche se giochiamo tutti insieme. Quando si sta insieme si dice noi. Io gioco, noi giochiamo. Noi comprende tutti i nomi, tutte le idee e tutti i sorrisi.

Questi siamo noi.

Ph. Francesco Sambati

Nello spazio

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Mamma, mi aiuti a costruire un’astronave? Voglio viaggiare nello spazio.

Nello spazio le nuvole sono lunghissime, e sono fatte di polvere di stelle.

Anche il vento lassù è di polvere stellare. Lo spazio è tutto dorato. È il mio colore preferito.

Mi raccomando, prepara tanti panini, devo visitare anche i pianeti, sono tantissimi. Ci vuole tempo.

Voglio anche passare dalla luna e dirle che è bellissima e che mi piace quando gioca con le onde del mare. Sì mamma, il mare è l’altalena della luna.

I meteoriti se ne vanno in giro e sono veloci, e sono pezzettini se li guardo da qui ma da vicino sono giganti. A me piacciono tanto i giganti. Ma i dinosauri di più perché sono dinosauri e anche giganti.

Mi serve una tuta da astronauta, per respirare l’aria buona, per non sentire freddo, per proteggermi dalle code delle comete. E la tuta deve avere un…insomma, qualcosa per fare la pipì altrimenti il cielo diventa giallino.

A proposito, ho bisogno di un cestino grande per la spazzatura. Gli astronauti, prima di me, hanno lasciato le loro schifezze nello spazio e sono diventate schifezze volanti.

Mi servono anche gli attrezzi, cacciavite, martello e cose così. Devo controllare che le sonde funzionino bene. Altrimenti non servono e noi non impariamo niente di nuovo.

Porterò con me anche un bel sacco vuoto e raccoglierò molta energia. Nello spazio ce n’è tanta. Quando torno la regalerò a chi è deboluccio. Io sono forte perché mangio gli spinaci.

Mamma, tu e papà potete venire.

Nello spazio non ci sono altre persone perché sugli altri pianeti non arrivano i raggi del sole, e se arrivano sono debolucci ma il sole non può mangiare gli spinaci. Partiamo, tutti e tre, nello spazio. O restiamo qui, va bene uguale, siamo lo stesso una famiglia spaziale.

Ph. Francesco Sambati

Ho perso il mio elefante

 

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Hai visto il mio elefante? È tutto grigio, ha le orecchie grandi. Stamattina giocava in giardino e c’era una pozzanghera.

All’ora di pranzo il sole ha asciugato tutto. Ma lui non c’era più.

Hai visto il mio elefante? Cammina lento lento ma se lo insegui scappa. Non ti serve un elefante. Ho questo orsetto giallo, lo vuoi? No, grazie.

Hai visto il mio elefante? Gli piace molto la cioccolata. Tu non hai un elefante. Sì che ce l’ho. È più bella la mia scimmia, guarda. Ehm, no, grazie.

Hai visto il mio elefante? È molto simpatico. Non mi piacciono gli elefanti. Se vuoi ho questo fenicottero rosa. Piace a tutti. Bello, ma io voglio il mio elefante.

Hai visto il mio elefante? È alto quanto una corriera. Impossibile. Gli elefanti non sono così grandi. Vuoi questa pulce? Salta tantissimo. No, grazie.

Ma dove si sarà cacciato? È diventato tutto buio qui fuori. Torno a casa.

Vorrei aspettarlo ma sono proprio stanco. Chiudo gli occhi e non mi arrendo. Domani mattina lo troverò.

Mi sveglio presto, prendo il cannocchiale e il suo maglione preferito. Mi pettino e vado a cercarlo.

Incontro il postino. Non ti serve un elefante. La vicina spia da dietro le tende. Gli elefanti non esistono. Il giornalaio, il gelataio e il giardiniere bevono il caffè. No, abbiamo visto un ragno, un asino e un serpente. Elefanti no.

Vicino a scuola c’è Marina che mi dice sbrigati, la campanella suonerà tra cinque secondi. Conto fino a cinque e la campanella suona. Marina ha un’amica giraffa e sa davvero tante cose.

Marina, hai visto il mio elefante? Eccolo lì, è sul prato. Che cosa fa? Si riposa. E sogna.

 

Ph. Francesco Sambati

 

 

Lorella addio

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Adesso ho la certezza che tu, bionda, non lo sei mai stata. Bionda dentro, sorridente veramente, libera. Ricordo ancora il tuo quinto posto a Sanremo. Un altro amore no cantavi, e cantavi anche che non è possibile. Un altro amore. Un’altra cucina. Un’altra vita. Meno male che non ti ho dato retta ché tanto, in fondo, lo sapevo che eri finta. Però mi bastava. Volevo credere alle famiglie perfette che vivono in cucine da quindici milioni, con figli talmente educati da sospettare una qualche droga messa nel latte e nesquik. Ma tu no, sempre con i capelli gonfi al posto giusto, sposata e fedele, professionista che alza le gambe ma non le apre mai, non sia mai. L’immagine signora mia è una casta donna che indossa vestiti aderenti, bianchi, davanti ad una telecamera e a casa mette il grembiule e sforna torte e continua a sorridere. Io non c’avevo un cazzo da ridere ma almeno ti sapevo serena, beata, pronta a regalarmi la tua calma. Io mi addormentavo rilassato e mi sentivo al sicuro perché non mi avresti mai fatto del male, non tu. Tu potevi solo farmi stare bene. Mi ricordo quelle poche volte in cui hai provato a fare la sexy, a reinventarti tigre. Va bene, tutti sbagliamo. In fondo volevi restare a galla. Intanto io affogavo. Sì Lorella mia, perché un conto è avere idee diverse e un’altra storia è parlare a vanvera, come fare una piroetta storta, non so se hai presente. O una scivolata, Lorella mia, tu mi sei scivolata, e non so perché me la prendo tanto. È come la storia della maestra. Io pensavo di essere il suo preferito e lei, a distanza di anni, si ricordava di tutti i miei compagni di classe ma non di me. È come se avessi tradito il tempo della mia crescita. Tu, nella cucina da quindici milioni, ci vuoi un maschio e una femmina e un bambino biondo e una bambina bionda e, che palle Lorella, non hai mai capito che ti volevamo bene perché eri imperfetta. Si perdona tutto agli imperfetti. Si amano gli imperfetti, specie quando sorridono e se tu ridevi noi eravamo felici per procura. Lorella mia, come posso adesso ammirarti, me lo dici? Credimi, non voglio fare quello che si offende per le tue prese di posizione, è che proprio ieri ho letto la storia del ragazzino morto in mare con la pagella in tasca. E allora mi viene da vomitare al solo pensiero che tu sia stata la più amata dagli italiani. Pensa un po’, io volevo stare in cucina con te. Adesso, il tuo poster, manco nel cesso lo appenderei.

 

Il nome più bello di tutti

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Questa notte la mia cagnolina Stella ha partorito dieci cuccioli. Sono molto buffi. Hanno gli occhi chiusi e piangono ma se Stella lecca il loro musetto si calmano.

Si assomigliano molto, sono fratelli. Cinque maschi e cinque femmine. Qualcuno ha una macchia nera sul muso, qualcun altro sulla coda, due sulla pancia.

Non è facile riconoscerli ma se gli dò un nome diventa tutto più facile. Questo, per esempio, sta sempre a pancia in su, lo chiamerò Sognatore perché sembra che guardi il cielo.

Questi due sono proprio uguali, uno è maschio e lo chiamerò Andrea come mio nonno e anche la femmina la chiamerò Andrea. Forse devo cambiare qualcosa. Andrea uno e Andrea una. Ecco, così va meglio.

Questo piccoletto lo chiamerò Gigante. Con un nome così sono sicuro che si impegnerà a crescere in fretta. Se poi rimane piccolo non fa niente. Sarà il più simpatico.

Questo che gratta con le zampe sulle orecchie di Stella lo chiamerò Ometto. O Matteo, come i mio compagno di classe. La sua mamma gli dice sempre bravo il mio Ometto.

Questa cucciolotta dorme sempre e la chiamerò la bella addormentata nella cuccia.

Quest’altra invece sta sempre sveglia perciò la chiamerò Sette e un Quarto. Io mi sveglio sempre alle Sette e un quarto.

Quest’altra fa già delle puzzette da grande. La chiamerò Sinfonia.

Bene, ci sono quasi, devo solo scegliere altri due nomi. Questa cucciola ha gli occhi chiarissimi. La chiamerò Marea. Se cresce tanto posso sempre cambiarle il nome in Alta Marea.

E lui? Questo cucciolo bellissimo? Come lo chiamo? Gli serve il nome più bello di tutti. Non è il mio preferito, giuro. È solo che è uguale a Fido, il suo papà che è anche il cane della vicina. Non posso chiamarlo Fido. I figli hanno diritto a nomi fatti tutti per loro.

Magari però a Fido piacerebbe avere un figlio che si chiama come lui. Ci sono, lo chiamerò Mifido. È un nome speciale e significa cucciolo che crede nelle persone. Sì.

Ed è bellissimo anche quando le persone credono nei cuccioli.

 

Ph. Francesco Sambati