Il nome più bello di tutti

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Questa notte la mia cagnolina Stella ha partorito dieci cuccioli. Sono molto buffi. Hanno gli occhi chiusi e piangono ma se Stella lecca il loro musetto si calmano.

Si assomigliano molto, sono fratelli. Cinque maschi e cinque femmine. Qualcuno ha una macchia nera sul muso, qualcun altro sulla coda, due sulla pancia.

Non è facile riconoscerli ma se gli dò un nome diventa tutto più facile. Questo, per esempio, sta sempre a pancia in su, lo chiamerò Sognatore perché sembra che guardi il cielo.

Questi due sono proprio uguali, uno è maschio e lo chiamerò Andrea come mio nonno e anche la femmina la chiamerò Andrea. Forse devo cambiare qualcosa. Andrea uno e Andrea una. Ecco, così va meglio.

Questo piccoletto lo chiamerò Gigante. Con un nome così sono sicuro che si impegnerà a crescere in fretta. Se poi rimane piccolo non fa niente. Sarà il più simpatico.

Questo che gratta con le zampe sulle orecchie di Stella lo chiamerò Ometto. O Matteo, come i mio compagno di classe. La sua mamma gli dice sempre bravo il mio Ometto.

Questa cucciolotta dorme sempre e la chiamerò la bella addormentata nella cuccia.

Quest’altra invece sta sempre sveglia perciò la chiamerò Sette e un Quarto. Io mi sveglio sempre alle Sette e un quarto.

Quest’altra fa già delle puzzette da grande. La chiamerò Sinfonia.

Bene, ci sono quasi, devo solo scegliere altri due nomi. Questa cucciola ha gli occhi chiarissimi. La chiamerò Marea. Se cresce tanto posso sempre cambiarle il nome in Alta Marea.

E lui? Questo cucciolo bellissimo? Come lo chiamo? Gli serve il nome più bello di tutti. Non è il mio preferito, giuro. È solo che è uguale a Fido, il suo papà che è anche il cane della vicina. Non posso chiamarlo Fido. I figli hanno diritto a nomi fatti tutti per loro.

Magari però a Fido piacerebbe avere un figlio che si chiama come lui. Ci sono, lo chiamerò Mifido. È un nome speciale e significa cucciolo che crede nelle persone, quelle belle però. Quelle cioè che amano i cuccioli di tutte le razze.

 

Ph. Francesco Sambati

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Aiuta un amico a volare

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Prendi un amico. Non uno qualsiasi, mi raccomando. Scegli con cura il migliore. Chi è il miglior amico? Quello che vuole giocare sempre con te.

Adesso fai qualcosa per lui. Però pure lui deve fare qualcosa per te. Fatelo insieme. Costruite un casco. Disegnateci sopra un’aquila, un fiore o quello che vi piace di più.

È il momento di preparare la pista. Una pista è una strada senza ostacoli. Può essere in salita o in discesa. Sono divertenti entrambe.

Ora allenatevi. Per allenarsi bene bisogna riscaldare tutto il corpo. Cominciate con la testa, anzi con la bocca. Riscaldate il sorriso altrimenti non è un gioco ma una gara.

Siete pronti? Sì? E invece no. Dovete ancora allenare i salti. Su due piedi, su un piede solo, in avanti, in alto.

Ora servono due ali ma se non le avete, va bene anche un mantello. Dev’essere leggero e non troppo lungo altrimenti ci inciampate. Tutti quelli con i mantelli lunghi cadono, è una cosa certa.

Scegliete adesso un grido di battaglia. Non significa che dovete fare la guerra. Solo dire ad alta voce cosa volete fare. Cosa vi piace fare.

Per volare in sicurezza, servono gli occhiali. Altrimenti i moscerini vi attaccheranno. Usate un elastico altrimenti scivolano via e non li trovate più.

Che scarpe avete scelto? Quelle da ginnastica vanno bene. Quelle eleganti no. Avete mai visto un grillo con le scarpe lucide? Che cosa dite? I grilli non indossano neanche le scarpe da ginnastica? Avete ragione. Tutti scalzi.

Ripetete insieme a me. Volare è il gioco più bello di tutti e si fa per finta. Altrimenti si cade, ci si sbuccia un ginocchio, si batte la testa e si inizia a balbettare. Ripeto. Volate per finta.

Ora che sapete tutto del volo, fate un bel respiro. Riempite i polmoni di gioia.

Lasciate la mano del vostro amico. Ditegli Vai, tu puoi volare. E se lui vuole andare sulla Luna (anche per finta è divertente, lassù non c’è la gravità ma solo le cose leggere) voi ditegli buona fortuna. E volate anche voi.

 

Ph. Francesco Sambati

Il piromane al contrario

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Salve a tutti, mi chiamo William perché alla mia mamma piace uno scrittore famoso che di cognome faceva Shakespeare. Si pronuncia Scecspir.

Ho dodici anni, una voce molto strana, un po’ gallina un po’ lupo. Mi hanno detto che quando si cresce ci sono degli inconvenienti, cioè delle cose che non ti aspetti e ti fanno vergognare. Poi passa.

Non mi piace la scuola. Troppe cose da scrivere bene. Però il professore d’Italiano lo ammiro. Ci chiede di parlare di noi. Uno a uno. Oggi ci ha chiesto cosa vogliamo fare da grandi.

Dodici compagni hanno risposto il calciatore. (Dieci di loro non sanno neanche fare un cross).

Sei ragazze vogliono diventare le ballerine di Amici che, secondo me, non è proprio un lavoro.

Due vogliono fare i dottori degli umani. Due i veterinari.

E tu William? Cosa ti piacerebbe fare da grande?

Il piromane al contrario.

Spiegati bene. Intanto, invece di ridere, sappiate ragazzi che un piromane ama incendiare le cose. È una vera malattia. Tutte le persone che distruggono il mondo sono malati. E anche un po’ scemi.

Io voglio appiccare l’acqua alle cose, alle piante, agli stagni che d’estate diventano secchi.

Vuoi fare il pompiere? Chiede Santina che, a dispetto del nome, ha un sorriso da bertuccia e si diverte a mettere in difficoltà gli altri.

William però non ha problemi, sa esattamente ciò che dice. No, il pompiere spegne il fuoco che gli altri hanno acceso nei posti sbagliati. Io voglio riempire d’acqua le cose che non ce l’hanno.

Bravo William, dice il professore d’Italiano. Mi sembra il lavoro più interessante del mondo.

Vorresti per caso anche togliere il sale dal mare?

No, mai. Il mare è perfetto così.

Ph. Francesco Sambati

Statue

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Certe volte i grandi si credono furbi. Ci fanno giocare al gioco delle statue e dicono che bisogna stare fermissimi. Dicono ma che belle statue!

Invece non è bello fare le statue. Le statue non fanno le boccacce.

Le statue non si muovono, non schioccano le dita.

Le statue, d’estate, non vanno al mare.

Le statue non sorridono, non raccontano barzellette, non fanno l’inchino o i salti in alto.

Avete mai visto statue che si travestono a Carnevale?

Conoscete per caso una statua che va a cavallo?

E se ti prude il naso? Perdi.

Se ti scappa una puzzetta? Squalificato.

Le statue non dicono mai parole come Grazie o Scusa o Lascia il mio giocattolo.

Le statue non sentono l’odore del sugo.

Certe volte i grandi proprio non capiscono. Le statue non si divertono mai. I bambini (quando le imitano) solo 5 secondi.

 

Ph. Francesco Sambati

Perché io no?

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Vorrei essere quella cinciallegra che ogni mattina si posa sul mio davanzale per beccare le briciole e poi si alza in volo e sfreccia intorno all’albero di mele.

Vorrei essere un sottomarino per guardare il fondo del mare e vedere le bolle dei pesci che salgono fino a incontrare l’aria.

Vorrei essere il pilota di un aereo per guardare la forma che hanno le nuvole se le guardi dall’alto.

Vorrei essere l’autista dello scuolabus, far salire i bambini e portarli al luna park, a teatro e per le strade del bosco dove vivono i cervi.

Vorrei essere l’uomo più ricco del mondo e comprare le case giganti, quelle con le stanze piene di tappeti e scale che portano in saloni dove i cristalli non si rompono.

A volte vorrei essere io, così come sono.

So arrampicarmi sugli alberi e qualche volta ho anche preso una mela, però prima ho chiesto il permesso al sindaco.

So nuotare e trattenere il fiato per cinquantatré secondi e una volta ho incontrato una medusa gigante. Non ho avuto paura.

In aereo ci sono stato due volte. La prima volta ho guardato le hostess per vedere se sorridevano davvero. La seconda sono entrato nella cabina del pilota ed era una pilotessa molto simpatica.

L’autista del nostro scuolabus ci porta dritti a scuola anche se spesso ci racconta di quando faceva il camionista e attraversava le strade di tutta Europa.

Non sono l’uomo più ricco del mondo. Sono un bambino ricco di tanti pensieri e da grande voglio fare dieci lavori, o undici.

Vorrei che tutti la smettessero di chiedere Perché io no? e iniziassero a rispondere Ci provo.

 

Ph. Francesco Sambati

Inventa un titolo

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Toc ha scritto una storia. È avventurosa – dice al suo gemello Toc. Di che cosa parla? Parla di principesse e di castelli e di guerrieri coraggiosi. Wow, è come s’intitola? Boh, non lo so ancora. Inventa un titolo, forza.

Potrei intitolarla Principesse e castelli e guerrieri coraggiosi. No, è troppo lungo come titolo. Ce ne vuole uno più corto. Principesse? Uffa, le principesse non mi piacciono. Va bene, ho capito. Questa storia s’intitola i principessi. Ma che dici! Hai detto che le principesse non ti piacciono.

Ma no, volevo dire che le femmine non sono tutte principesse, ci sono anche le guerriere. Ok, questa storia s’intitola Le principesse che diventarono guerriere. Ma no, hai detto che parla anche di castelli e guerrieri coraggiosi. Serve un titolo breve ma che dica tutto. Impossibile, nella storia ci sono anche i nemici, le streghe e le pozioni. Aspetta, potrei intitolarla Principesse e altre persone.

Mmm, sforzati ancora un po’. Ho finito l’intelligenza. Non fa niente, cosa fanno le principesse della storia? Camminano tutto il giorno nei loro castelli e raccolgono fiori. Che noia! Già, però è un bel titolo. Lo chiamerò Che noia.

Nessuno comprerebbe un libro moscio. Fai fare qualcos’altro alle principesse. Sconfiggono le streghe… Ecco, e poi? E poi invitano a cena i guerrieri. Ma no, abbiamo detto che le principesse diventano guerriere e salvano il castello. Principesse Cuoche e Guerriere allora, è un titolo accattivante, per veri combattenti.

Non mi piace. Ci vuole anche la pace, mica possiamo sempre parlare di guerra e di cose brutte. Principesse bellissime. No. Principesse pacifiste. No. Principesse buone contro streghe antipatiche che scappano su scope volanti inquinanti. No, troppo impegnativo.

Uffa. Facciamo che le principesse non vogliono fare le principesse e si trasformano in streghe. Il titolo potrebbe essere Ciao bella. No, è troppo politico. Che cosa significa politico? Non lo so, papà ha provato a spiegarmelo ma secondo me non lo sa neanche lui. Concentrati.

Va bene, questa storia parla di principesse che lavorano e sono felici. Mi piace. I guerrieri vanno in bici. Che c’entra? Faceva rima. Potrei trovare un titolo con le rime. Prova. Principesse e platesse. No.

Che ne dici se la intitolo Senza titolo? Mica è un quadro. Storia senza titolo? Mmm, io mi arrendo. Già, anch’io, mi suda la testa.

Toc Toc? Dove siete? La cena si raffredda. Che cosa si mangia? Pollo fritto. Wow. E verdure lesse. Bleah. Aspetta aspetta, Principesse contro verdure lesse. Quasi, dai, ci siamo. Principesse contro cavolfiori. Bellissimo.

 

Ph. Francesco Sambati

Dinosauri e Fate

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C’erano una volta, tanto ma tanto tempo fa, Dinosauri e Fate e vivevano nella Terra dell’Inizio. I Dinosauri avevano le loro caverne nella giungla e mangiavano radici e foglie. Le Fate abitavano in un magico castello e mangiavano frutta.

Dinosauri e Fate litigavano sempre, per ogni cosa e soprattutto pensavano di essere i migliori. I Dinosauri dicevano di essere più bravi e più forti, e anche le Fate si vantavano di essere più forti e più brave.

Per fortuna, tra la giungla e il castello scorreva un grande fiume abitato dai coccodrilli.

Ogni volta che un Dinosauro litigava con una Fata, subito i coccodrilli si affacciavano per cercare di catturarli. I Dinosauri erano più grossi, è vero, ma i coccodrilli avevano denti più affilati. Le Fate erano magiche, certo, ma quando litigavano con i dinosauri dimenticavano di usare la magia. Così dovevano interrompere le liti per non essere mangiati.

Un giorno, anzi una notte, accadde una cosa straordinaria. Mentre Dinosauri e Fate litigavano (Noi Dinosauri siamo più intelligenti. No, noi Fate siamo più intelligenti) nel cielo comparve una palla luminosa che faceva FIUM. Era un meteorite, tutto pieno di fuoco, e viaggiava vicinissimo alla Terra.

I coccodrilli scapparono via spaventati (nessuno si disperò per la loro fuga).

Le cose diventarono ancora più straordinarie. In cielo comparvero più di mille piccoli meteoriti. Dinosauri e Fate alzarono la testa e rimasero a bocca aperta. Lentamente, i meteoriti si poggiarono sulla Terra.

Ma che cosa succede? – gridò un Dinosauro avvicinandosi alle piccole palle ormai spente. Che cosa sono? – replicò una Fata con stupore.

Le piccole palle, posandosi sulla Terra, si erano trasformate in strane creature. Nessuno le aveva mai viste. Avevano una testa senza capelli, due braccia, due gambe, due occhi, un naso e, soprattutto, strillavano. Quanto strillavano!

Dinosauri e Fate, sempre pronti a litigare, cercarono un modo per far calmare quelle strane creature.

Secondo me hanno fame. Secondo me hanno sete. Secondo me hanno freddo. Secondo me hanno bisogno di un abbraccio. Secondo me vogliono dormire. Secondo me vogliono fare un bagno.

Le provarono tutte. E ci volle tutta la notte per farle calmare. Le creature addormentate erano dolcissime.

Al risveglio però…tutte le piccole creature ricominciarono a strillare. Dinosauri e Fate cercarono del cibo, qualcosa da bere, un letto comodo e mille altre cose per farle stare bene. Passarono moltissimi giorni, ma talmente tanti che alle creature nacquero i capelli, dei piccoli denti e, meraviglia, riuscirono a star su due gambe e a muoversi un po’ di qua e un po’ di là.

Dinosauri e Fate non erano stati mai tanto stanchi e tanto felici insieme. Non litigavano dalla notte in cui erano arrivati i meteoriti. Decisero di chiamare quelle strane creature Bambini che, nella loro lingua, significava persone che hanno diritto alle cure. Non solo, parlando con calma, i Dinosauri e le Fate scoprirono che non c’è bisogno di essere i più bravi e i più forti e nemmeno i più intelligenti. E siccome i coccodrilli erano andati via, costruirono insieme dei ponti che collegavano la giungla al castello.

 

Ph. Francesco Sambati